Sat 31 Oct 2009, 10.40 - Stampa
In settembre, periodo di full immersion didattica, mi ero perso un provvedimento importante della Regione Piemonte, inteso a ricapitalizzare i confidi del suo territorio. I dettagli attuativi di una delibera di giunta presa ancora in marzo sono descritti in questo articolo di Moraglio del Sole 24 ore Nord-ovest del 23 settembre. In tutto il pacchetto vale €76mn, e riguarda sia i confidi 106 che i 107. Il grosso delle risorse (più di €50mn) viene in realtà dallo svincolo dei fondi rischi pubblici erogati in passato. Ci sono poi bonus destinabili a patrimonio netto tout court o a strumenti ibridi di capitalizzazione per i futuri 107, mentre per i 106 si utilizza la sottoscrizione di passività subordinate. Nel caso dei 107 in pectore, la misura estende al resto del sistema i benefici che il player maggiore (Eurofidi, partecipato dalla finanziaria regionale Finpiemonte) aveva ottenuto grazie ad una sottoscrizione di capitale.
Lo stesso quotidiano è tornato sul tema lo scorso 28 ottobre, con un commento alla polemica tra il vice presidente del Consiglio regionale Placido e l'assessore competente Peveraro. Secondo Placido, la misura rischia di apparire come un ripianamento di perdite pregresse. Inoltre, rimarrebbe un favor verso i confidi 107, che a differenza dei 106 otterrebbero apporti a patrimonio di base e per il resto sottoscrizioni di strumenti ibridi allocabili anche a ripiano di perdite di esercizio, e non soltanto a presidio dei creditori in caso di liquidazione.
La ricapitalizzazione è oggi il problema di una larga parte del sistema, problema al tempo stesso congiunturale (ripristino di capitale consumato dalle escussioni) e strutturale (raggiungimento di coefficienti di solvibilità presentabili, soprattutto per i 107).
Il sistema dei confidi regionale è un motore multi-cilindrico: non sarebbe il caso di vedere se c'è qualche punto grippato prima di rabboccare l'olio motore e fare il pieno di benzina? Vale per il Piemonte, ma anche per il resto della penisola.

Luca
Sat 31 Oct 2009, 09.30 - Stampa
Noto con piacere che la discussione sui post in materia di confidi è sempre vivace, con molti interventi lucidi e, fatto importante, una convergenza sulla diagnosi dei problemi pur mantenendo opinioni diverse sulle priorità e sulle soluzioni.
I confidi non hanno davanti a sé una strada piana e ben tracciata. Prima di tutto, l'eterogeneità nel settore si accentua. Alle note differenze di dimensione, ambiti settoriali e territoriali, forza del legame con le associazioni d'impresa, accesso a fondi pubblici, si sono aggiunte due ulteriori linee discriminanti: quella tra vigilati e non vigilati, e quella tra solvibili e pericolanti. Linee non sempre nette, che però producono un'eterogeneità ancora più marcata di situazioni.
Non ripeto quello che Sapio, Excelsus, Andrea e altri abituali frequentatori del blog (che sarebbe lungo citare) ribadiscono nei loro graditi interventi. Aggiungo alcuni spunti di riflessione:
  • c'è un disperato bisogno di bancabilità per le Pmi che hanno conti dissestati dalla crisi e un futuro incerto; la garanzia sul consolidamento del debito agevolata da aiuti pubblici è oggi uno dei pochi strumenti che esiste e può fare qualcosa; i confidi sono il canale elettivo per distribuire garanzie agevolate (sebbene non l'unico);
  • le garanzie agevolate non sono la cura della malattia, ma un prezioso supplemento di tempo in attesa della guarigione (portata dalla ripresa, da un'iniezione di capitale, da una ristrutturazione, ecc.); quindi va benissimo darle, ma un istante dopo bisogna prepararsi a quello che potrebbe succedere dopo sei mesi, uno o due anni; le aziende vanno seguite;
  • i confidi sono il partner naturale, per le banche e gli enti pubblici, per questi interventi di sostegno; attenzione però, non basta passargli un pezzo del cerino acceso (o della candela); se si prendono rischi devono essere in grado di sopravviverci, a meno che si voglia farli sacrificare come gli studenti toscani a Curtatone e Montanara (che tristezza quell'episodio della prima guerra di indipendenza, una guerra persa, alla fine); se invece sono un conduit che gira rischi allo Stato e alle regioni, è probabile che facciano poco per prevenire e curare quei rischi (lo stesso dicasi delle banche che veicolano garanzie dirette), per cui alla fine anche questo modello non è sostenibile, finisce con i soldi pubblici e alla fine tutti a casa;
  • il rischio di scivolare verso un modello di confidi - bad bank è reale; accettare questo rischio fa parte della mission dei confidi; però c'è modo e modo; ha senso portare i pesi delle difficoltà finanziarie delle aziende se le si affianca nel pezzo di strada che le porterà fuori dalle secche o che le accompagnerà alla cessazione dell'attività; per fare questo il confidi deve saper pianificare e consigliare rispetto a programmazione di tesoreria, ristrutturazione del debito (cura palliativa, ribadisco), ricapitalizzazione, riassetto, liquidazione volontaria, procedure concorsuali; deve imparare a fare queste cose, non da solo, ovviamente, con altri consulenti (però costoro, siano essi professionisti o strutture associative, non si mettano di traverso dicendo che spetta a loro, e non facendo nulla); le risorse vanno investite anche qui, ma una parte del costo la pagherebbero le aziende stesse, che in cambio accedono a risorse pubbliche e - soprattutto - non sono abbandonate al loro destino, e vi pare niente? E il confidi può trovare in queste linee di servizio quel flusso di ricavi stabile che paga strutture più qualificate e costose (vedi 107), e che rimarrebbe a crisi superata. I servizi di cui si parla (quelli del business office, se non si era capito) interessano anche alle imprese sane.
Se si ignorano gli ultimi due passaggi, si discute a vuoto, tirando a campare, ammantati di nobilissime intenzioni. L'alternativa che propongo è un'impresa da battaglione alpino, impossibile senza coraggio, spirito di corpo, energia, intelligenza pratica. Una fatica da bestie, garantito.
Chi ci sta?

Luca
Sat 31 Oct 2009, 09.10 - Stampa
Ieri ho partecipato alla sessione XBRL del convegno Costi e business 2009 organizzato dall'ABI nella sontuosa Sala della clemenza di Palazzo Altieri. Maria Luisa Giachetti, che segue da sempre per ABI la tematica XBRL, ha avuto una bella idea di unire le due iniziative. Si è riunita così dopo qualche mese di calma la comunità che gravita intorno a XBRL Italia.
Gianfranco Torriero di ABI, che è presidente di XBRL Italia, ha presieduto i lavori. La scaletta era ricca, e proponeva una lettura parallela di alcune esperienze internazionali (Belgio, Olanda, Svezia) e delle corrispondenti iniziative realizzate o pensate qui da noi. Anch'io ho fatto una breve comunicazione sullo stato del progetto Nota integrativa al bilancio delle società non quotate.
Le tre esperienze europee avevano un tratto comune: l'obiettivo di ridurre il carico di lavoro sulle imprese per la produzione di documenti richiesti dalle pubbliche amministrazioni: nello specifico i documenti legati all'informativa contabile, che finisce (1) nel bilancio depositato presso il registro delle imprese, (2) nella dichiarazione dei redditi e (3) nei questionari degli uffici statistici pubblici. XBRL è lo strumento attorno al quale si è costruito un modello dati condiviso tra enti destinatari, di modo che un certo set di informazioni (ad esempio, i dati economici, o le informazioni sul personale occupato) possa essere gestito con un unico modulo, che unifica e armonizza i tracciati proprietari dei diversi enti. Un lavoro faticoso, ma premiante, come dimostrano le esperienze belga e olandese (le più avanzate).
Tutte queste finalità sono ben note ai gruppi di lavoro di XBRL Italia. Siamo ad uno stadio meno avanzato quanto a chiarezza degli obiettivi e strutturazione del progetto, tenendo conto che le nostre piattaforme normative sono più ingarbugliate e difficili da ritoccare. Comunque, tutti gli esponenti degli enti interessati (Agenzia delle entrate e Corte dei conti, per non parlare di Banca d'Italia, Unioncamere e ISTAT che da sempre sono sponsor convinti di XBRL) hanno dimostrato interesse e apertura.
Si tratta a questo punto di far partire (o proseguire) il lavoro progettuale e realizzativo.

Luca
Fri 30 Oct 2009, 22.58 - Stampa
Il periodo rimane per me molto pieno. La vena creativa è modesta, sopperisco con le citazioni (e ci pensate voi nei commenti a mettere le idee brillanti). Ecco un passaggio dell'intervento del presidente ABI alla Giornata del risparmio:
Il processo di riforma della regolamentazione finanziaria ora in corso sembra dirigersi: verso un incremento del capitale bancario, sia in termini quantitativi che qualitativi; verso una riduzione della prociclicità insita in alcune norme prudenziali e contabili; verso una maggiore attenzione ai rischi di liquidità.
Per fronteggiare criticità specifiche (alta leva finanziaria, rischi sistemici, ecc.) si corre però il rischio di accumulare cuscinetti di capitale che potrebbero risultare eccessivi. Crediamo, piuttosto, che i requisiti di capitale, pur rimanendo legati alla rischiosità effettiva del finanziamento, dovrebbero tenere in considerazione anche il modello dell’attività bancaria. Riteniamo che il vero punto di sfida stia nello smussare gli elementi di prociclicità dell’attuale regolamentazione, non nell’aumentare indiscriminatamente i requisiti di capitale.
Portare avanti un processo di riforma avendo in mente solo il modello di business delle grandi banche d’investimento penalizzerebbe enormemente le banche italiane, che adottano modelli più tradizionali, e quindi la stessa economia del nostro Paese.

Luca
Thu 29 Oct 2009, 16.12 - Stampa
Un gentile visitatore mi segnala questo comunicato:
RIFORMA CONFIDI: CONFCOMMERCIO, “ANOMALA LA PROCEDURA E IMPROPONIBILI I CONTENUTI
Il Sistema delle Cooperative fidi della Confcommercio abruzzese, che conta oltre 8mila aziende socie, non condivide la proposta di legge di riforma del settore presentata, "in maniera del tutto anomala", da parte dell’Assessore al ramo, Alfredo Castiglione. Lo stesso Castiglione, ricorda Confcommercio, "aveva annunciato l’istituzione di un tavolo, intorno al quale dovevano sedere i rappresentanti di tutte le Categorie interessate (compresi i Settori del Turismo e dell’Agricoltura) alla presenza, quindi, anche dei relativi assessori, Mauro Di Dalmazio e Mauro Febbo, per discutere di un fondamentale argomento comune a tutto il Comparto economico. A sorpresa, però, l’assessore Castiglione, senza la costituzione dell’apposito tavolo tematico e senza tener conto della richiesta delle Organizzazioni datoriali (Confcommercio, CIA, CNA, Coldiretti, Confapi, Confartigianato, Confesercenti e Confindustria) per un preventivo confronto, in data 21/09/2009 ha portato in Giunta la proposta di “Nuova legge organica in materia di Confidi”, che è stata approvata nello stesso giorno". Il Sistema delle Cooperative fidi della Confcommercio in Abruzzo è così composto: Ascomfidi Marsicana Soc. Coop., Ascomfidi Pescara Soc. Coop., Ascomfidi Sulmona Soc. Coop., Co.Fidi Chieti Soc. Coop., Ter.Fidi Teramo Consorzio di garanzia. "La Regione - prosegue Confcommercio - non può dall’oggi al domani modificare la norma, sapendo di far morire oltre 50 Cooperative e Consorzi fidi distribuiti nel territorio Regionale. L’elevato numero di tali Organismi è una risorsa in grado di soddisfare capillarmente le esigenze di tutte le piccole e medie aziende abruzzesi, in un ottica di mutualità; tale ottica, a differenza di quella adottata giornalmente dalle banche, ha avvantaggiato gli operatori, considerati e valutati nel tempo per la loro professionalità, per le proprie idee e non già per la loro consistenza economica". Confcommercio, dunque, esprime una posizione opposta a quella di Casartigiani Abruzzo, che si è invece detta favorevole al ddl regionale di riforma dei Confidi. Una riforma che, secondo Confcommercio, finirebbe solo per "esaltare gli interessi di pochissime Cooperative a discapito della stragrande maggioranza di esse". L’appello che viene ora rivolto da Confcommercio al Consiglio Regionale è quello di modificare le norme "secondo le legittime aspettative della stragrande maggioranza delle Cooperative e Consorzi fidi abruzzesi, prevedendo la possibilità di graduare in un lasso di tempo ragionevole l’accorpamento delle Cooperative o Consorzi fidi". Nei prossimi giorni Confcommercio inviterà ad una riunione tutti gli organismi fidi che non condividono tale riforma, per dibattere l’argomento e predisporre un documento comune da sottoporre alla Regione.

Che bella cosa il mercato come motore di evoluzione e di cambiamento, innescato dai bisogni degli utenti di una merce o di un servizio! Com'è complicato sotituirlo con l'iniziativa politica, sia che cerchi di forzare il cambiamento, sia che (peggio ancora) si limiti a concertare e a mediare tra istanze di conservazione dello status quo.

Luca
Thu 29 Oct 2009, 04.20 - Stampa
Dal Sole 24 ore:
Oltre 7 mila aziende in difficoltà continueranno a svolgere la propria attività. Questo è il principale risultato dei primi 2 mesi di vita del progetto "Sos Impresa Italia", lanciato lo scorso 2 settembre, dal gruppo Unicredit, assieme a Confartigianato, Cna e Casartigiani. L'iniziativa ha consentito a più di 2mila imprese di ottenere nuovi finanziamenti o una riarticolazione dell'indebitamento e ad altre 5 mila di essere assistite nella regolarizzazione e nel rispetto dei pagamenti. Solo nel Lazio, le imprese supportate sono state oltre 1.300 e sono stati erogati più di 700 milioni di euro.
A beneficiarne, in particolare: piccole e piccolissime (meno di 20 addetti) imprese artigiane, del commercio al dettaglio, del turismo e dell'agricoltura. «È il frutto di un lavoro capillare sul territorio - ha sottolineato il deputy Ceo di Unicredit Roberto Nicastro - realizzato attraverso la sigla di oltre 430 convenzioni con Confidi e associazioni sparse da Nord a Sud del Belpaese».
S.O.S. Italia è l'iniziativa del gruppo Unicredit e delle associazioni dell'artigianato e di Confcommercio lanciata l'estate scorsa (vedi post 1 e post 2).

Luca
Tue 27 Oct 2009, 16.10 - Stampa
Sapio mi segnala questo post conciso e molto sensato dal blog di Giuseppe Turani:
Il credito alle piccole imprese è reso complicato da varie ragioni. La più importante è che i loro bilanci (redatti dal ragioniere del piano di sotto) di solito non dicono niente o quasi sullo stato di salute dell’azienda. E così le banche, quando fanno credito e queste entità, non lo fanno a loro, ma ai loro clienti. In sostanza, le banche scontano gli effetti che i clienti danno alle piccole imprese: se questi clienti sono buoni (medio-grandi e solvibili) non ci sono problemi. Se invece i clienti sono a loro volta piccoli (e indecifrabili) il credito si intoppa e per ragioni evidenti: di questi tempi dare soldi in giro è comunque rischioso. E più che mai a entità di cui non si riesce a valutare la solidità e il giro reale di affari. E qui non ci sono molte soluzioni. Ricorrere ai prefetti serve a poco. In realtà le banche sono avare di credito (e spesso con ragione) nei confronti di questi soggetti. Qui l’unica soluzione sembra essere quella che molti chiamano con l’espressione “credito di prossimità”, cioè di amici, conoscenti, fornitori. Secondo alcuni osservatori della realtà industriale italiana, però, l’unico “credito di prossimità” raggiungibile oggi (in tempi di crisi) sembra essere il patrimonio privato (quando c’è) del titolare dell’azienda o della sua famiglia. Difficile che di questi tempi il macellaio del quartiere si metta a finanziare l’aziendina di impianti elettrici del ragionier Rossi (della quale nulla sa, al pari delle banche).
In sostanza, o dietro queste piccole aziende ci sono dei patrimoni, dei risparmi, oppure sono abbastanza segnate (se non hanno una clientela di prim’ordine, di cui le banche possono scontare felicemente gli effetti).
Con un pericolo. Al di sopra di queste piccole imprese un po’ nei guai, ci stanno le 4500 imprese medie (il Quarto Capitalismo), che rimangono abbastanza solide anche dentro la crisi, perché hanno strutture patrimoniali serie, clienti e tecnologie. Ma questo gruppo di aziende-super in realtà vivono molto del lavoro delle piccole imprese (che sono loro fornitrici): se gli cadono quelle di sotto, anche loro finiscono nei guai.
La faccenda, come si vede, è complicata. Spesso non ci sono proprio i requisiti minimi per dare soldi alle piccole imprese. Ma, d’altra parte, queste continuano a essere (nella loro modestia) elementi fondamentali per il buon funzionamento del sistema Italia.
Di soluzioni facili non ne esistono. L’unica vera soluzione sarebbe quella di non avere una crisi come quella che abbiamo o di essere in grado di uscirne molto in fretta, nel giro di poche settimane. Invece, la crisi c’è e se ne uscirà molto lentamente. E questo, per tante piccole imprese (anche valide) vuol dire avviarsi, inevitabilmente, verso la scomparsa. Verso la chiusura e l’uscita dal mercato.
Nel dibattito recente sulla crisi è entrato di prepotenza il tema della coesione sociale a rischio (vedi ad esempio le dichiarazioni del neo-segretario del PD Bersani). L'ultima, amara riflessione di Turani indica una ferita aperta, rispetto a cui urge fare qualcosa. Molte aziende saranno costrette a chiudere, ma questo non è motivo sufficiente per abbandonarle a se stesse. Pensare a loro e a quelle che hanno la forza per farcela sono due facce di uno stesso problema.

Luca
Mon 26 Oct 2009, 16.45 - Stampa
Sapio mi segnala questa intervista al Presidente di Federconfidi Francesco Bellotti dal Sole 24 ore di sabato scorso.
"Se le banche non ricorrono ai Tremonti bond, perché non adoperare quelle risorse per patrimonializzare i confidi?" Così apre il pezzo, dove poi si anticipa il numero di confidi industriali (dodici) che dovrebbe presentare domanda d'iscrizione a 107, su una quarantina di pratiche che dovrebbero essere istruite in Banca d'Italia. Grande attenzione, infine, per le dinamiche di aggregazione del settore: i progetti di fusione tra confidi, se validi, sono da apprezzare anche quando attraversano i confini delle appartenenze associative e settoriali.

Luca
Sat 24 Oct 2009, 01.31 - Stampa
Oggi sul Sole i problemi finanziari delle Pmi sono più che mai alla ribalta. Su indicazione di amici visitatori, segnalo questo articolo divulgativo di Cioccarelli che illustra un semplice percorso di autodiagnosi dell'equilibrio economico, finanziario e patrimoniali basato su indici di bilancio. C'è anche un foglio excel per passare direttamente all'applicazione del modello ai dati della propria azienda.
E' un segnale di attenzione in crescita per le problematiche di gestione finanziaria.

Luca
Sat 24 Oct 2009, 01.26 - Stampa
Dal Sole 24 ore riprendo una notizia molto gettonata oggi sulle radio:
Oltre un milione di aziende sono a rischio. In un frangente tanto complesso il presidente di Piccola Industria di Confindustria, Giuseppe Morandini, all'undicesimo forum di Piccola Industria a Mantova ha scelto di presentare un messaggio incentrato soprattutto su un'idea: la necessità di creare gli strumenti giuridici e societari per superare la crisi, puntando in primo luogo sul rafforzamento patrimoniale e sulla crescita dimensionale. Secondo uno studio commissionato all'Università di Perugia, che ha analizzato un ampio campione di bilanci, un terzo delle piccole aziende sta andando bene, un terzo è in mezzo al guado e un terzo sta soffrendo. Nella simulazione econometrica realizzata dall'ateneo umbro, si crea un meccanismo di conferimento dei diritti di proprietà di una serie di aziende a una holding definita T-holding. A latere si costituisce un fondo a capitale pubblico e privato con due miliardi di disponibilità che investe solo nelle aggregazioni di piccole imprese. Le linee di credito della T-holding sono garantite dall'accesso al credito diretto al fondo di garanzia. Se le banche desiderano investire nella T-holding, esse beneficiano di un trattamento fiscale di favore. La T-holding può contare su agevolazioni fiscali derivate dalla norma delle aggregazioni, che però vanno rafforzate con la rivalutazione gratuita dei cespiti, senza tetti.
Aggregazione e ricapitalizzazione, quel che si dice prendere le vulnerabilità delle nostre Pmi per le corna. Aspetto di leggere estratti più ampi dello studio dei colleghi di Perugia per capire meglio lo schema proposto.

Luca
Thu 22 Oct 2009, 18.09 - Stampa
Consiglio di leggere l'intervento del nostro Governatore al convegno della Società italiana degli economisti. Draghi contesta le accuse demolitorie alla credibilità di questa disciplina, divenute luogo comune con la crisi: l'incipit è un apprezzamento per le capacità mostrate dagli esperti economici delle banche centrali e delle istituzioni internazionali nella cura della malattia. Gli economisti hanno saputo guardare fenomeni esplosivi del tutto inediti, ricostruirne la genesi e studiare la terapia urto che ha evitato le risposte tragicamente sbagliate della crisi del '29, allontanando il disastro.
Il Governatore ammette che i modelli economici che orientano le policies sono ancora troppo indifferenti alle imperfezioni del mercato e alle dinamiche destabilizzanti, sebbene si siano fatti molti progressi con l'aiuto della psicologia, della sociologia, dell'analisi dei sistemi complessi e di altre discipline non economicamente ortodosse (e basta scorrere l'elenco dei vincitori degli ultimi Nobel per l'economia per apprezzare l'apertura verso il nuovo della disciplina).
Io mi permetto di pensarla diversamente: spero che Draghi abbia ragione sul successo della terapia urto, ma comunque, nella mia ignoranza, dormo male pensando all'exit strategy. Allo stesso modo non trovo granché utili, ai fini pratici, le sortite degli economisti fuori dal Parnaso delle aspettative razionali e dei mercati efficienti. I nuovi approcci (economia comportamentale, economia computazionale, analisi delle reti sociali, solo per citarne alcuni) sono interessantissimi nella loro valenza narrativa e rappresentativa. Sul fatto che possano dare un vantaggio decisivo nel valutare per prevedere e decidere, sono scettico. Gli squilibri si superano, secondo me, tornando a comportamenti semplici e sani, e agendo col bisturi laddove non si può aspettare che si sgonfino da soli. Credo poco a chi si dichiara capace di governare dinamiche complesse e caotiche perché sta sviluppando un modello più furbo della realtà.
Basta però, mi sto allargando troppo.

Luca
Thu 22 Oct 2009, 17.52 - Stampa
Come riferisce Fitch in questa news (accesso gratuito utenti registrati), il programma varato nell'aprile dal governo britannico inteso a rivitalizzare il mercato dei titoli asset-backed su mutui residenziali (RMBS), va a scadere oggi senza che nessun emittente lo abbia utilizzato. Pare che i possibili fruitori si siano spaventati del costo, pari al premio mediano sui CDS a 5 anni riferiti al debito dell'emittente, più 0,25%. Più gradite le soluzioni di mercato che prevedono una garanzia dell'emittente sul default e sulla durata massima dell'investimento.
Nel pieno della crisi i Governi (e le Banche centrali) hanno attuato interventi vario tenore. Per i più massicci e (pro-tempore) risolutivi le autorità non sono andate troppo per il sottile quanto a importo, equità del costo, oneri per il bilancio pubblico. Per altri, come quello di cui si parla sopra, si è messo mano al bilancino per calibrare un costo equo che non comportasse aiuto di Stato incompatibile e non alterasse il funzionamento del mercato. Esercizio arduo, il secondo. Le banche beneficiarie non amano gli aiuti ibridi: la ciambella di salvataggio con il cartellino del prezzo attaccato non la vuole nessuno.
Un po' come è successo per i Tremonti bond, accolti freddamente dalle banche che avevano azionisti con tasche sufficientemente profonde e piene, e redditi in ripresa.

Luca
Thu 22 Oct 2009, 16.39 - Stampa
Sul Sole 24 ore degli ultimi giorni sono usciti due pezzi interessanti sulla querelle che punta il dito contro le grandi banche internazionali (specie le ex-banche di investimento): la crisi non ha cambiato molto rispetto al punto dolente della commistione tra attività bancaria e trading. Il secondo è ripartito al galoppo nel 2009, complice un volume gigantesco di emissioni di bond (pubblici e privati) da collocare, con liquidità a prezzi da saldo per finanziare posizioni ad alta leva. Il tutto su bilanci salvati dalla disintegrazione pochi mesi fa a spese del bilancio degli Stati e delle Banche centrali.
L'articolo di Marco Onado del 20 ottobre (Mai più una roulette bancaria), denuncia senza mezzi termini gli eccessi del "casino banking", ma è cauto nel suggerire un ritorno al passato. Cito un passaggio:
La situazione attuale richiede di evitare due scorciatoie opposte, ma con uguali possibili conseguenze negative sui principi essenziali del mercato e dell'autonomia imprenditoriale dei banchieri. La prima è quella della deriva verso una qualche forma di controllo amministrativo del credito, che noi italiani dovremmo essere gli ultimi a rimpiangere perché anche i più giovani sono in grado di vedere quali effetti devastanti ha prodotto. Come ha affermato il governatore della Banca d'Italia Draghi in parlamento, bisogna evitare «interferenze politico-amministrative nelle valutazioni del merito di credito di singoli casi. Il credito è, e deve restare, attività imprenditoriale, basata su un prudente apprezzamento professionale della validità dei progetti aziendali».
La seconda è quella di regole drastiche che impediscano alle banche ordinarie di svolgere attività d'intermediazione in titoli. Sarebbe la riedizione del Glass-Stegall Act di 70 anni fa, ma questa volta applicato a livello mondiale. Un taglio gordiano sulla cui efficacia l'analisi economica è molto scettica e che soprattutto appare assai difficile da realizzare nel momento in cui la securitisation ha reso il rapporto fra banche e mercati finanziari non più di alternativa, ma di complementarietà.
Per realizzare lo stesso obiettivo, si può intervenire con gli strumenti tradizionali della vigilanza prudenziale e aumentare significativamente i requisiti di capitale per i rischi come quelli di mercato e di liquidità collegati all'attività finanziaria in senso stretto. Si può intervenire spostando una parte significativa degli strumenti derivati verso i mercati regolamentati, in modo che il rischio di controparte possa essere immediatamente calcolato e coperto. Insomma, l'attività speculativa non si può eliminare dal mondo finanziario, ma si può controllare e soprattutto si può fare in modo che gli speculatori lavorino fondamentalmente con i soldi propri e non con quelli degli altri.
Sulla terapia sono invece molto più drastici Paul Volcker (ex presidente Fed) e Mervyn King (governatore della Bank of England), secondo i quali il gioco della rincorsa ai trader da parte delle autorità è una gara sfiancante e persa in partenza (dalle seconde e dalla collettività). Afferma Volcker:
«Le banche esistono per servire il pubblico ed è quello su cui si dovrebbero concentrare. Le altre attività provocano conflitti di interessi e rischi. E se si cerca di controllare questi rischi con una supervisione più mirata si creano frizioni e difficoltà e alla fine si fallisce»
Io d'istinto sto con Volcker. Mi scoraggio però quando cero di immaginare un percorso di ritorno alla semplicità del passato. Come quando penso che dovrei convincere i miei figli a mettere da parte la XBOX o il Nintendo DS per non dissipare tempo prezioso. Un'impresa.
Che sia il caso di tornare alle maniere forti, dall'una e dall'altra parte?

Luca
Mon 19 Oct 2009, 21.52 - Stampa
Il Comitato di Basilea ha pubblicato oggi il rapporto Analysis of the trading book quantitative impact study. Secondo l' studio, le regole che stringono le maglie dell'attuale normativa (specialmente sui prodotti collegati al credito e sul rischio specifico) potrebbero raddoppiare o triplicare i requisiti patrimoniali.

Luca
Mon 19 Oct 2009, 21.26 - Stampa
Sul Corriere del 18 ottobre Massimo Mucchetti evidenzia le possibili fragilità del progetto governativo di Banca del Mezzogiorno (segnalazione di Sapio):
[...]la Banca del Mezzogiorno si propone di dare più credito e più a buon mercato a soggetti meritevoli trascurati dalle altre banche. E dovrebbe farlo guadagnando abbastanza da giustificare la partecipazione di soggetti privati al suo capitale: un capitale che si deve supporre importante pena l' irrilevanza dell' operazione. Qui insorgono tre difficoltà: a) se è vero che il torto delle grandi banche è quello di aver troppo centralizzato le decisioni allontanandosi dal cliente, la Banca del Mezzogiorno potrebbe rivelarsi ancor più centralizzata, essendo una banca di secondo livello senza nemmeno una rete di sportelli e di sperimentati direttori filiale propri (e senza l' esperienza di un Imi o di un Mediocredito); b) se l' agevolazione fiscale sulle obbligazioni destinate a finanziare il credito al Sud andrà a vantaggio dei sottoscrittori, potrebbe restare troppo poco per compensare il maggior rischio connesso al credito erogato ai «dimenticati» dalle altre banche; c) la quadratura del cerchio potrebbe forse venire dalla rinuncia a un margine d' interesse analogo a quello, peraltro basso, delle altre banche, ma allora perché gli investitori privati dovrebbero prendervi parte con cifre rilevanti e in modo spontaneo? Forse, sarebbe meglio prendere il toro per le corna: se ritiene insufficiente il credito al Sud e alle piccole imprese (che non stanno solo al Sud), Tremonti farebbe meglio a usare quello che già ha: il Banco Posta. Trasformandolo in una vera banca, lancerebbe la sfida alla banca privata nel rispetto della concorrenza. E in tutta Italia.
Aspettiamo che i promotori si facciano avanti e diano concretezza all'idea originaria, senza nascondere le molte difficoltà, la novità del modello e i precedenti storici non esaltanti.

Luca
Thu 15 Oct 2009, 20.51 - Stampa
Sempre sulla notizia del giorno. Da una news Reuters apprendo:
Nel ddl appena varato dal Consiglio dei Ministri che tratteggia la nuova banca per il Mezzogiorno, è previsto, se il testo non verrà modificato nel passaggio parlamentare, che la nuova banca possa acquisire dalle banche aderenti "mutui a medio-lungo termine di piccole e medie imprese del Mezzogiorno per creare portafogli efficienti in termini di diversificazione e riduzione del rischio. Eventuali emissioni di titoli rappresentativi di tali portafogli possono essere assistiti dalla garanzia del Fondo di cui all'articolo 2, comma 100, lettera a), della legge 23 dicembre 1996, 662. Con decreto del ministro dello Sviluppo economico, di concerto con il ministro dell'Economia e delle finanze sono stabiliti criteri e modalità per la concessione della garanzia, ivi incluso il costo della stessa".

Luca
Thu 15 Oct 2009, 20.40 - Stampa
Poche ore dopo aver letto il paper di cui ho parlato qui, ricevo un altra e-mail da Fitch che annuncia un rapporto di approfondimento del precedente su Basel II Supervisory Formula. The Meaning Behind the Maths (scaricabile previa registrazione). E' molto chiaro e corretto (non è uno spot pubblicitario per l'approccio concorrente alla Supervisory formula, quello dei Ratings Based Approach, che dà più lavoro alle Agenzie richiedendo, a differenza della SF, un rating esterno della struttura cartolarizzata), come risulta dalla seguente citazione
The IRB supervisory formula generally appears to result in higher Basel II capital charges than the IRB ratings–based approach (RBA) for securitisation. However, there can be significant variation from tranche to tranche between the supervisory formula and ratings–based charges, with the supervisory formula at times generating relatively lower charges on more senior positions but higher charges on mezzanine positions.
In transactions where the number of tranches is limited and the equity tranche is relatively thick, it is possible for the SFA to generate capital charges which are significantly lower than the RBA. For example, the SFA could generate a Basel II capital charge of less than 100% on the equity tranche, particularly in cases where the thickness of the tranche far exceeds the underlying KIRB capital charges on the pool of collateral assets.
Lettura raccomandata ai patiti delle tranched cover: come avete letto sopra, una struttura semplice con una robusta tranche junior (superiore al KIRB, cioè al requisito che una banca IRB calcolerebbe per il portafoglio sottostante, più le perdite attese) ottiene con la SF requisiti favorevoli. Ma il KIRB non deve essere troppo alto. Come si fa? Costruendo portafogli ben frazionati e con rating interno medio di qualità discreta.

Luca
Thu 15 Oct 2009, 15.19 - Stampa
La Banca d'Italia ha pubblicato il n. 58 del Bollettino Economico. Come da tradizione, cito alcuni passaggi che toccano i nostri temi (da pag. 37):
Continua il forte rallentamento dei prestiti bancari... In agosto la crescita sui dodici mesi dei finanziamenti concessi dalle banche al settore privato non finanziario è scesa al 2,2 per cento (correggendo per l’effetto contabile delle cartolarizzazioni; fig. 28). Un anno prima il credito cresceva a tassi molto più alti, del 10 per cento circa. La variazione (destagionalizzata) sui tre mesi è stata pressoché nulla, come risultato di una contrazione dei prestiti alle società non finanziarie, del 2,1 per cento in ragione d’anno, e di un aumento del 2,8 per cento di quelli alle famiglie. I prestiti erogati dai primi cinque gruppi bancari italiani (al netto delle sofferenze e dei pronti contro termine) erano diminuiti in agosto del 3,5 per cento rispetto allo stesso mese del 2008; quelli concessi dalle altre banche seguitavano a crescere, pur decelerando, a un tasso del 5,4 per cento. Tale divario si osserva nei prestiti sia alle famiglie sia alle imprese e, tra queste ultime, sia a quelle di dimensioni minori sia a quelle più grandi.
[...] La qualità del credito continua a peggiorare Nel secondo trimestre del 2009 la qualità degli attivi bancari ha continuato a peggiorare. Il flusso di nuove sofferenze rettificate (che tengono cioè conto della posizione del debitore nei confronti dell’intero sistema bancario e non soltanto di un singolo intermediario) in rapporto ai prestiti complessivi, annualizzato e al netto dei fattori stagionali, ha raggiunto l’1,9 per cento (1,6 nel primo trimestre). La crescita del tasso di ingresso in sofferenza è stata particolarmente marcata per le imprese (2,6 per cento, dal 2,1). La quasi totalità dell’aumento è imputabile ai prestiti erogati a imprese del Centro Nord, il cui tasso di insolvenza ha raggiunto un valore prossimo a quello, storicamente più elevato, dei finanziamenti concessi alle imprese del mezzogiorno. Sulla base di informazioni preliminari, il peggioramento della qualità degli attivi bancari è proseguito anche nel terzo trimestre. I prestiti alle imprese manifatturiere e a quelle dei servizi mostrano il deterioramento più marcato; anche la qualità di quelli alle famiglie consumatrici è in forte peggioramento.[...]
Nel primo semestre del 2009, in presenza di un forte aumento delle perdite su crediti, la redditività bancaria è peggiorata. Secondo le relazioni consolidate, gli utili dei cinque maggiori gruppi si sono ridotti del 58 per cento rispetto al primo semestre del 2008. Il rendimento del capitale e delle riserve (ROE), calcolato sulle attività ordinarie, è sceso al 4,7 per cento in ragione d’anno, dall’11,4 dello stesso periodo del 2008. [...] Gli accantonamenti e le rettifiche di valore a fronte del rischio di credito sono più che raddoppiati e hanno assorbito il 54 per cento del risultato di gestione, a fronte di circa un quinto nel primo semestre del 2008.[...]
Il coefficiente complessivo (total capital ratio), misurato dal rapporto tra il totale delle risorse patrimoniali e le attività ponderate per il rischio, è aumentato di sei decimi di punto, all’11,0 per cento; quello relativo al patrimonio di base (tier 1 ratio) è salito di sette decimi, al 7,4 per cento. Il coefficiente relativo al patrimonio di base al netto degli strumenti ibridi di capitale (core tier 1 ratio), che è costituito da componenti di qualità primaria con elevata capacità di assorbimento delle perdite, è cresciuto di otto decimi, al 6,6 per cento. L’andamento positivo dei coefficienti patrimoniali è derivato sia dall’incremento degli aggregati patrimoniali, attribuibile per la maggior parte all’accantonamento di una quota rilevante dell’utile del periodo, sia da una diminuzione nei volumi delle attività ponderate per il rischio e da un contenimento della loro rischiosità media. Un contributo positivo è stato apportato anche dalle operazioni di capital management effettuate dalle banche. La leva finanziaria, misurata dal rapporto tra il totale dell’attivo di bilancio e il patrimonio di base, è scesa a 24 (era pari a 26 alla fine del 2008), a fronte di valori nell’ordine di 34, in media, per le principali banche degli altri paesi europei.
Il tasso di ingresso in sofferenza annualizzato è il dato consuntivo di cui la PD stima il valore atteso. Per la media delle imprese è il 2,6% (crescerà ancora? Sarebbe da controllare anche la dinamica degli incagli). I confidi, se fanno il loro lavoro, operano con sinistrosità più alta (e LGD più alta, perché erogano garanzie sussidiarie, escusse dopo le prime azioni di rivalsa). Questi sono i termini del problema, oggi.

Luca
Thu 15 Oct 2009, 13.39 - Stampa
A completamento del progetto annunciato qui, il gruppo Montepaschi e Confesercenti hanno concluso un accordo quadro per iniziative a sostegno delle Pmi italiane. Cito dal comunicato stampa congiunto (ripreso anche dalla Repubblica)
L’intesa prevede un plafond di 2 miliardi di euro finalizzato a semplificare l’accesso al credito da parte delle aziende e a valorizzare i settori merceologici di appartenenza.
Il Gruppo Montepaschi e Confesercenti realizzeranno, attraverso un percorso integrato, interventi per lo sviluppo e la diffusione di strumenti di incasso e pagamento fra gli associati, per la valorizzazione del contesto delle garanzie pubbliche e dei Confidi, e mirati alla crescita di settori produttivi con misure di rilancio delle PMI, con particolare attenzione all’imprenditoria femminile ed ai progetti per le micro imprese, secondo i principi dello “small business act”.
Le sinergie, prodotte dall’azione comune e dal valore aggiunto del patrimonio di informazioni detenuto da Confesercenti, hanno l’obbiettivo di definire un’offerta creditizia che ben risponda ai bisogni delle Pmi, in una fase come l’attuale in cui è fondamentale costruire con il supporto della Banca attive politiche per la ripresa.
L’accordo coinvolge operativamente gli oltre 3mila sportelli del Gruppo Montepaschi e la rete di Confesercenti diffusa sul territorio nazionale, a garanzia di una forte vicinanza al territorio e conoscenza delle esigenze delle imprese.

Luca
Thu 15 Oct 2009, 12.50 - Stampa
Oggi la stampa dà risalto al piano di rilancio per il Mezzogiorno che sarà discusso oggi nel Consiglio dei Ministri. Piatto forte del piano è il ddl sulla Banca del Mezzogiorno. Cito dall'articolo di Isabella Bufacchi sul Sole di oggi:
Il provvedimento, un disegno di legge in cinque articoli, rafforza una serie di strumenti tradizionali, dal finanziamento bancario alla garanzia dello Stato, dal sistema di rete degli sportelli di banche e Poste sul territorio all'emissione di obbligazioni "di scopo" con interessi tassati al 5%: tutto questo per sviluppare la disponibilità del credito nel Mezzogiorno, storicamente svantaggiato rispetto al Centro-Nord, e migliorare le condizioni di raccolta per le imprese, soprattutto Pmi.[...]
Lo Stato resta socio fondatore dell'istituto, non oltre il quinquennio, però con un inciso inserito nell'ultim'ora: «La partecipazione pubblica non può in nessun caso e in nessun momento rappresentare la maggioranza delle azioni sottoscritte».
Il ruolo di Poste italiane è confermato: farà parte del comitato promotore della Banca, composto da un massimo di quindici membri (definito «snello» nella relazione tecnica) nominati dal presidente del consiglio su proposta del Mef. Poste metterà a disposizione la rete di sportelli «con apposite convenzioni».[...]
Per abbattere il costo della raccolta, la Banca del Mezzogiorno - di "secondo livello" dunque focalizzata sul medio-lungo termine - potrà contare su garanzie «a titolo oneroso, non gratuito» come chiarito nella relazione e sottolineato da due modifiche rispetto alla prima bozza del provvedimento. La Banca potrà emettere obbligazioni assistite da garanzia dello Stato, a un costo: un decreto dell'Economia fisserà «criteri, modalità e condizioni di prezzo per la concessione della garanzia pubblica». Tra i ritocchi al testo c'è l'inserimento di un altro decreto legge, questa volta a firma del ministro dello Sviluppo economico, di concerto con l'Economia, per stabilire criteri e costi per l'uso della garanzia del Fondo centrale di garanzia per le Pmi: al ministro Scajola dunque viene riconosciuto un ruolo più operativo in questa operazione, rispetto alla prima bozza.
Un'altra novità del Ddl in arrivo è la puntualizzazione che la Banca del Mezzogiorno promuove il credito alle Pmi «anche con il supporto di intermediari finanziari con adeguato livello di patrimonializzazione». La norma infatti prevede, per le sole banche di credito cooperativo di nuova costituzione, la patrimonializzazione rappresentata dalla partecipazione dei soci finanziatori. La Banca del Mezzogiorno e altre banche potranno emettere obbligazioni speciali con durata di oltre 18 mesi, con interessi tassati al 5% per le persone fisiche e fino a 100.000 euro, per sostenere gli investimenti delle Pmi nel Sud. Tutto questo con il benestare di Bruxelles, nel rispetto dei vincoli europei agli aiuti di Stato.
Difficile dare una valutazione a caldo della proposta. Le critiche non sono mancate: alcuni (De Mattia su MF di ieri) temono una riproposizione degli Istituti meridionali di credito a medio termine (ISVEIMER, IRFIS e CIS), infelicemente conclusa; altri (Sommella su MF) prevedono resistenze della Banca d'Italia (rispetto al ruolo delle Poste) e dell'UE (aiuti di Stato). In realtà la proposta non blinda lo statuto del nuovo soggetto, ma piuttosto disegna un modello di banca di secondo livello con dei soci promotori (lo Stato, le Poste, le BCC, altri soggetti). Non ci si ferma però alla creazione di un Mediocredito Centrale (quello di una volta) per il Sud, si vuole anche creare fermento nelle reti bancarie, coinvolgendo le Poste e dando spazio al sistema del credito cooperativo. Il tutto per stimolare la concorrenza nei mercati bancari.
Per il sostegno finanziario e patrimoniale di questo progetto di rete, ci sono le norme che agevolano il funding (l'aliquota fiscale agevolata del 5% sui bond finalizzati - non esclusiva della Banca del Sud, la canalizzazione del risparmio postale e la possibile garanzia dello Stato) e la capitalizzazione (specie nei confronti delle BCC).
Un progetto aperto, quindi, che dovrà definire un programma di attività, raccogliere le adesioni di soci ed essere sottoposto all'iter autorizzativo di Banca d'Italia.
L'interrogativo che mi pongo è: cosa faranno i grandi gruppi che sono subentrati ai Banchi di Napoli e di Sicilia? E le altre realtà che hanno posizioni forti a livello regionale? Si coinvolgeranno in qualche modo in un progetto che, sicuramente, non esalta il loro ruolo?

Luca
Thu 15 Oct 2009, 12.37 - Stampa
All'inizio pensavo che la crisi avesse travolto il mercato delle cartolarizzazioni. In realtà c'è stata una flessione drammatica dei volumi, ma la tecnica non è finita in soffitta, e ci sono progetti e iniziative per finanziarla. A me (a noi) interessa perché confidi e banche potrebbero utilizzare la tranched cover (che è una forma di cartolarizzazione "fatta in casa") per avere attenuazione del rischio Basel-compliant. E' l'alternativa alle garanzie eleggibili dei 107, e ne abbiamo scritto e parlato innumerevoli volte.
Che l'interesse per la securitization nel credito alle Pmi sia in ripresa lo colgo da colloqui con amici di banche e confidi. Un altro segnale è il rapporto appena pubblicato da Fitch (scaricabile previa registrazione) Basel II and Securitisation. E' una visita guidata alla complicata normativa di vigilanza in materia. L'agenzia di rating mette in luce le differenze tra approcci standard e IRB, e ne valuta l'impatto sulle principali tipologie di titoli cartolarizzati. Suggerendo tra le righe che c'è ancora margine per montare strutture interessanti (e farsele "retare").

Luca
Wed 14 Oct 2009, 16.34 - Stampa
Per circostanze del tutto casuali ho saputo dell'esistenza di Confidi-Prof, cooperativa di garanzia con sede a Bologna che intende associare (indirettamente, come si spiega qui) commercialisti ed esperti contabili e, loro tramite, proporsi come intermediario di garanzia alla platea delle imprese clienti dei loro studi. Il modello è inedito e non facile da descrivere, per cui vi rimando agli articoli recenti dell'Area stampa del loro sito. Presidente di Confidi-Prof è Gianluca Selvi, titolare di uno studio di consulenza aziendale e tributaria a Firenze e professore a contratto di matematica alla facoltà di economia di Bologna. Dal sito e dalla presenza recente sulla stampa si desume una forte ricerca di visibilità, e un piano di sviluppo ambizioso, che punta a coprire gran parte delle regioni italiane.
Viva la varietà!

Luca
Wed 14 Oct 2009, 13.11 - Stampa
Da un sito di Termoli, ho appreso di un progetto di aggregazione tra confidi che riguarda il settore della cooperazione:
Cooperfidi Molise ha condiviso con i propri soci e deliberato nell’assemblea straordinaria, che si è svolta ieri nella sede operativa sita presso Confcooperative Molise, un processo di trasformazione che porterà entro l’anno alla costituzione di un Cooperfidi Nazionale.
A tale aggregazione parteciperanno altri otto confidi tra cui Confcooperfidi Lombardia, Confircoop Lomabardia-Veneto, Cooperfidi Calabria, Cooperfidi Campania, Cooperfidi Emilia Romagna, Fidicoop Lazio, Fidicoop Toscana, Umbria Fidi. Il Cooperfidi Nazionale assumerà la qualificazione di Intermediario Finanziario 107, opererà per il rilascio di garanzie alle cooperative ai fini di Basilea 2. [...]
Le dimensioni economico patrimoniali del Cooperfidi Nazionale è dato dalle situazioni patrimoniali dei nove Confidi che partecipano al progetto di costituzione, in sintesi sono: patrimonio netto 11,3 milioni di euro, garanzie erogate 67,7 milioni di euro, attività finanziarie 87,6 milioni di euro, valore attivo di bilancio 25,9 milioni di euro, rapporto probabile tra patrimonio di vigilanza e attività ponderate 9,1%, ricavi da garanzie e servizi euro 756 mila, ricavi di attività finanziarie euro 788 mila.
Un ruolo importante per la realizzazione del progetto di costituzione del Cooperfidi Nazionale sarà rappresentato dai Fondi Mutualistici delle tre centrali cooperative: Fondosviluppo, Coopfond e Generalfond. L’apporto dei Fondi Mutualistici – dichiara ancora il Presidente Calleo Domenico – sarà indispensabile in quanto garantirà un livello di patrimonio adeguato ai requisiti di vigilanza, destinerà risorse ai territori sprovvisti di fondi sufficienti per lo sviluppo, allocherà le risorse economiche per la copertura dei costi di gestione in fase di start-up. L’apporto complessivo minimo stimato per l’intervento dei Fondi Mutualistici sarà di 10 milioni di euro.
I fondi mutualistici, alimentati dalla contribuzione obbligatoria sugli utili delle cooperative, sono una dote importante, e può rappresentare per il nuovo soggetto una fonte preziosa di denaro fresco. Le dimensioni minime per il 107 ci sono. Il nuovo Cooperfidi dovrà dotarsi di una struttura efficiente, ben rappresentata nei vari territori e non troppo costosa. Quanto al pool di rischio, le cooperative sono un mondo variegato. Penso che le centrali aderenti faranno il massimo per disciplinare i comportamenti finanziari, e quindi portare nel Cooperfidi Nazionale delle buone esposizioni.

Luca
Wed 14 Oct 2009, 00.33 - Stampa
Anche a Basilea si interessano di confidi, e lo dimostrano con la pubblicazione nella collana "BIS Working papers" di uno studio di Francesco Columba (Banca d'Italia), Leonardo Gambacorta (BIS) e Paolo Emilio Mistrulli (Banca d'Italia), dal titolo Mutual guarantee institutions and small business finance. Degli stessi autori Bancaria (rivista ABI) aveva pubblicato un articolo nel 2006 (“L’attività dei Consorzi di garanzia collettiva dei fidi in Italia”, (7-8), 84-96.).
Si tratta di un'analisi econometrica su dati risalenti al 2005, relativi ad un ampio campione di aziende artigiane o con meno di 20 addetti censite in Centrale rischi. In tutto 263.000 piccole imprese, di cui 46.000 (il 17 per cento) assistite da garanzia confidi (sono 600 i confidi considerati). Il modello statistico verifica se la garanzia influenza il costo pagato sui fidi in c/c, ritenuti l'indicatore più significativo di situazioni di asimmetria informativa nel credito alle Pmi.
Le conclusioni sono interessanti: (1) le aziende associate a confidi ottengono tassi significativamente inferiori a quelle non affiliate, aggiustando per le più importanti variabili esplicative; (2) al crescere delle dimensioni dei confidi, l'effetto sub (1) migliora fino ad un certo punto, ovvero oltre una soglia di nr soci (8.500 soci) il costo del credito tende ad aumentare con le dimensioni del confidi, in quanto si indebolisce la capacità di selezione degli associati e il peer monitoring, tanto da compensare le economie di scala; (3) i benefici di costo per i soci si riducono (udite udite) per garanzie prestate da confidi con maggiore disponibilità di fondi pubblici (e qui gli autori invocano un effetto di moral hazard).
Finalmente uno studio microeconomico rigoroso su questo settore. Non ho chiari alcuni aspetti tecnici, ad esempio se gli autori tengano conto del TAEG comprensivo delle commissioni di garanzia. I risultati meritano comunque attenzione, anzi, sarebbe interessante riapplicare il modello ai dati del 2008, o del 2009, per vedere quanto hanno potuto fare i confidi in un quadro di mercato più teso.
Il modello del confidi DOC, con legami stretti e vitali tra ente e soci, ma adeguatamente dimensionato, esce vincitore. I vantaggi che produce, meglio degli altri, nascono dal suo intervento nel rapporto con la banca. Sull'effetto dei fondi pubblici avete letto sopra.

Luca
Tue 13 Oct 2009, 09.50 - Stampa
Alex mi segnala cortesemente il link al quale potete consultare la bozza della legge di riforma del sistema confidi in Abruzzo. Il testo andrà in discussione oggi nella Quarta commissione del Consiglio regionale.
Il testo prevede, come già anticipato nei commenti ai post precedenti in materia, aiuti destinati ai confidi, o dagli stessi veicolati, in tre forme: contributi ai fondi rischi, contributi per abbattimento tassi e un fondo regionale di contro-garanzia. Sono inoltre previsti contributi ad hoc per progetti di fusione.
Sull'efficacia di un fondo di contro-garanzia locale ho qualche dubbio, per i noti motivi (non conformità a Basilea 2 per le banche e ristrettezza del pool di rischio). Opportunamente la bozza prevede che parte delle risorse del Fondo regionale possano essere apportate al Fondo Centrale Pmi, secondo il modello federativo introdotto dall'art. 11 c.5 DL 185/2008). In questo modo potrebbero far leva con le risorse statali e, per le garanzie a prima richiesta, lucrare la ponderazione zero.
Per essere ammessi ai benefici, i confidi dovranno rispettare i seguenti requisiti:
a)essere operanti alla data del 31/12/2005 o essere risultanti dalla fusione di confidi esistenti alla predetta data;
b)avere un numero di imprese socie o consorziate, al momento della richiesta di contributo, non inferiore a 250;
c)essere iscritti nel registro delle imprese di una delle province della Regione Abruzzo nella quale hanno sede;
d)avere un patrimonio netto, comprensivo dei fondi rischi indisponibili, non inferiore ad € 6.000.000,00;
e) avere nel proprio oggetto sociale la finalità di rilasciare garanzie alle categorie economiche interessate;
f) avere erogato garanzie da almeno tre anni ad imprese socie o consorziate;
g) avere avuto nell’esercizio precedente un volume di operazioni di credito garantite, attestate delle Banche, pari ad almeno € 10.000.000,00;
h) avere operatività territoriale regionale;
i) prestare garanzie in favore delle micro, piccole e medie imprese industriali, commerciali, turistiche e di servizi, imprese artigiane e agricole, come definite dalla normativa comunitaria, ivi compresi i liberi professionisti.

Luca
Mon 12 Oct 2009, 14.11 - Stampa
Scrive Guido Tabellini sul Sole 24 ore in un articolo sulle misure creditizie e fiscali a sostegno delle imprese:
I consorzi di garanzia dei fidi (confidi) si sono dimostrati efficaci nel canalizzare i flussi finanziari verso le piccole e le medie imprese, perché hanno una conoscenza capillare del territorio e delle sue specificità. Tuttavia anche in questo caso occorre che la burocrazia degli enti pubblici locali si astenga dall'intervenire direttamente: i confidi di natura privata gestiti dalle associazioni di categoria e dalle associazioni professionali, anche se ancora troppo piccoli e frazionati, sono stati più efficienti nella valutazione del merito di credito, rispetto a quelli amministrati dalle regioni. Potrebbe essere utile promuoverne l'aggregazione, mantenendoli però come soggetti autonomi di natura privata.
Non conosco i motivi che hanno indotto l'attuale Magnifico Rettore della Bocconi a prendere le parti dei confidi nella querelle infuocata che li contrappone alle finanziarie regionali. Non solo Tabellini, ma anche altri economisti monetari, dedicano attenzione ai confidi, e ben venga un po' di seria ricerca empirica a suffragare le opinioni di policy. Andando oltre le contrapposizioni di principio tra pubblico e privato, che mi hanno stufato, e sono un alibi per non approfondire i problemi.

Luca
PS: dallo stesso articolo:
Finanziamenti diretti alle imprese da parte di organi statali a condizioni agevolate [...] possiamo star certi che verrebbero dati alle imprese sbagliate, e non a chi ne ha veramente bisogno. L'analisi del rischio di credito è un esercizio complesso, che non può essere sottratto alla competenza degli intermediari specializzati.
Intermediari specializzati? AIG? O, su scala minore, BPG?
Mon 12 Oct 2009, 11.40 - Stampa
Sapio mi segnala un articolo di Massimo Mucchetti sul Corriere dell'11 ottobre, dove ci si domanda cosa sia peggio: uno Stato che torna ad attribuire un ruolo pubblico alle banche, con le protezioni e i condizionamenti che ne conseguono, o il modello di banca-impresa, soggetta a regole stringenti ma guidata da logiche di mercato. Cito il commento finale:
Quell' impostazione tendeva a portare il credito fuori da quella zona grigia dove, per tutelare il bene primario della stabilità del sistema bancario, era di fatto sospeso il controllo di legalità. Basti pensare che l' art. 10 della legge bancaria del 1936 lasciava alla Banca d' Italia il tempo di prendere i suoi provvedimenti prima di denunciare i reati scoperti nell' opera di vigilanza. Le banche, allora, tenevano perfino riserve fuori bilancio, occulte per i soci ma non per la Banca d' Italia che le avallava e monitorava ai fini della stabilità. La privatizzazione delle banche, indotta dall' Europa e codificata dalla Corte costituzionale, ha superato il regime lasco dell' art. 10 e il regime più restrittivo che ne è seguito. [...] Ma la privatizzazione e il Testo unico bancario del 1993, che ha aperto alla banca universale, hanno generato un mostro ben più terribile: mescolando il rischio di credito (tipico dell' attività bancaria) al rischio di mercato (tipico dell' attività finanziaria), hanno reso impossibile la sana e prudente gestione dell' uno e dell' altro. Qui è il nodo. Ed è un nodo troppo intricato per farlo sciogliere ai prefetti. O, peggio, al ceto dei banchieri che 17 anni fa catturò il regolatore.
Mano invisibile, mano pubblica, quale preferire? Prima di valutare chi ci deve mettere le mani per sistemare i difetti, sarebbe meglio ripensare il modello di banca perché ne produca di meno, a costo di farlo diventare meno eccitante.

Luca
Sun 11 Oct 2009, 11.42 - Stampa
Amici, sono a casa da mercoledì un po' malato, e la vostra presenza sul blog mi fa compagnia.
Quando leggo i commenti sui temi della finanza Pmi che ci appassionano, penso: che varietà di situazioni: di aziende, di banche, di confidi! Le soluzioni buone a priori e per tutti non esistono. Pensare che esistano è un errore irrimediabile: il dibattito diventa una contesa tra posizioni preconcette (e interessi precostituiti) e, quel che è peggio, della situazione reale si parla di sfuggita, e alla fine non interessa più a nessuno.
Per trovare la strada (le strade) occorre un lavoro comune. A volte, noto nei vostri commenti un atteggiamento che fa ben sperare. Ma c'è una quantità enorme di lavoro di approfondimento che serve anche solo per capire dove siamo.
Le crisi sistemiche, come quella in cui navighiamo da un anno e più, portano un virus pericoloso: la perdita della speranza, tanta è la mole di incertezza e minacce che il futuro fa temere. Di qui il senso di impotenza, di inutilità del fare. In questo clima i problemi non si guardano in faccia. Si lasciano cuocere nel loro brodo, finché si può. Le terapie, preventive o chirurgiche, sono rischiose, penose, impopolari e spesso vane.
Questa sfiducia contagia il direttore di banca che deve gestire un incaglio, il presidente del confidi che deve dire di no a tante richieste, le amministrazioni locali che ripensano il sostegno all'economia, l'economista che fa previsioni, il Governo, il G-8, il G-20.
Io penso che la speranza possa rivivere in tutti noi, singole persone, se ci impegniamo nell'oggi, partendo da un'ipotesi costruttiva. In maniera molto concreta, cercando di curarsi al meglio dei problemi che ci vengono incontro e, se da soli non bastiamo, mettersi con altri. Soltanto così si rianima la tensione al bene comune nei soggetti collettivi, associativi, istituzionali che possono fare di più.

Luca
Sat 10 Oct 2009, 12.29 - Stampa
Su segnalazione di amici abruzzesi, cito dal sito del quotidiano Il Tempo:
PESCARA Contro la crisi economica arriva il sostegno della Regione Abruzzo. Questa volta l'ente tende la mano alle imprese e si propone di consolidare i loro debiti a breve contratti nei confronti degli istituti di credito. Per fare questo, infatti, mette a disposizione un fondo pari a 6 milioni e 500 mila euro. Lo stanziamento è il risultato di una convenzione sottoscritta nel luglio scorso con il Medio Credito Centrale (gruppo Unicredit) e diventata operativa ieri anche attraverso l'opera dell'Associazione Bancaria Italiana (Abi). «Attraverso tale provvedimento, tutti i debiti a breve, con scadenza entro i 12 mesi e per un massimo di 250 mila euro, potranno essere rimodulati per 5 anni - spiega durante la conferenza stampa l'assessore allo sviluppo economico Alfredo Castiglione -. Il contributo è pari al 100% del tasso di riferimento indicato e aggiornato con decreto del ministro dello Sviluppo economico (dal primo ottobre 2009 2,45%). [...]

Luca
Wed 7 Oct 2009, 12.40 - Stampa
Un corrispondente mi segnala un articolo uscito ieri sul Mattino di Padova. E' un resoconto articolato che riassume i punti essenziali della questione. Ne cito alcuni passaggi.
Il futuro di Banca Popolare di Garanzia continua a rimanere molto incerto, a quattro mesi dall’avvio dell’amministrazione straordinaria. Le banche creditrici sembrano defilarsi da un impegno diretto, e Banca d’Italia storce il naso di fronte alle ultime manifestazioni di interesse che sposterebbero il modello di business della Bpg. E i 60 dipendenti cominciano ora a scalpitare. In piedi oggi c’è un dialogo con una finanziaria torinese, Conafi Prestitò, quotata in Borsa che, tramite una controllata, ha recentemente acquisito la maggioranza di Alta Italia Servizi Srl di Busto Arsizio (Varese). Alta Italia è specializzata nelle procedure di istruttoria di pratiche relative alle garanzie prestate dai Confidi, il cui ruolo è stato valorizzato in questi periodi di crisi per favorire l’accesso delle imprese al credito. E’ il business più vicino a quello storico da cui è nata la Bpg che ha tra i suoi oltre 3 mila soci la crema dell’imprenditoria padovana. Un’intesa con Banca Popolare di Garanzia servirebbe ad accrescere i volumi della società acquisita da Conafi Prestitò, gruppo attivo in particolare nei finanziamenti con cessione del quinto dello stipendio. [...] Un accordo con la banca padovana, però, non troverebbe il consenso di Banca d’Italia che vuole la presenza nel capitale di Bpg di banche vere e proprie, come indicato a suo tempo dallo schema predisposto dall’advisor Imi-SanPaolo. Le banche creditrici hanno già messo in bilancio la perdita, ma non intendono rischiare oltre mettendo sul piatto altri soldi. E questo appare lo scoglio maggiore che si trovano di fronte il commissario straordinario Isacco Marchesini e il consiglio di sorveglianza della banca. E’ tramontato invece il dialogo avviato durante l’estate con La Centrale Finanziaria Generale presieduta da Giancarlo Elia Valori. Veneziano, Valori ha esaminato subito il dossier di Popolare Garanzia: anche perché La Centrale, nel cui cda siedono nomi illustri, da quest’ anno si è affacciata al settore del credito alle famiglie in virtù di un accordo con il gruppo Prometeo Spa. Il progetto su Padova prevedeva la trasformazione della banca in società di credito al consumo, ipotesi di fronte alla quale hanno storto il naso gli altri istituti e Veneto Sviluppo, finanziaria della regione Veneto coinvolta nell’operazione di salvataggio. La stessa Centrale Finanziaria, esaminati i conti della Banca, ha lasciato comunque subito cadere la proposta.
I 60 lavoratori della banca, un tempo diretta da Giampaolo Molon che ne era anche amministratore delegato, temono ora per il loro posto. Si trovano senza tutela sindacale perché fino al Natale scorso, quando è emerso il crack, non ne avevano bisogno. Ma anche al loro interno, inspiegabilmente, ci sono vedute assai diverse. Bankitalia tuttavia non potrà non seguire le sollecitazioni del governatore Draghi in tema di occupazione: collocare 60 dipendenti non dovrebbe essere un problema anche in caso di liquidazione della banca e in presenza di situazioni molto diverse di inquadramento. Ferma, con l’arrivo del commissario, è infine anche l’ operazione di supporto lanciata da Confindustria tra i proprio associati per rilevare quote della nuova banca.
Che dire? Partiamo dal positivo. In BPG ci sono: la tradizione del confidi di un'importante Assindustria del Veneto, una licenza bancaria, professionalità specifiche nel settore garanzie (più o meno quelle di un confidi 107). Sono valori da salvaguardare. Per rilanciare il soggetto ex-confidi penso che serva un veicolo nuovo: la licenza bancaria non è indispensabile, e non è detto che aggiunga valore. Non è una crisi bancaria come le altre. Tenendo tutto legato la soluzione diventa impossibile.
Riguardo alla tutela dei dipendenti, l'articolo prospetta azioni di ricollocamento, comunque sia risolta la crisi.

Luca
Tue 6 Oct 2009, 12.11 - Stampa
Su Italia Oggi è stato pubblicato il 5/9 un articolo di rassegna delle iniziative delle Associazioni di categoria e di altri soggetti volta ad assistere le imprese nella valutazione finanziaria dei progetti e nei rapporti con le banche. Nella tabella allegata si cita anche il nostro Business Point (che continua a lavorare).

Luca
Thu 1 Oct 2009, 08.10 - Stampa
E' proprio vero che per colpa di Basilea 2 le banche IRB stanno consumando il patrimonio per effetto del declassamento delle esposizioni e dell'aumento della PD e dei risk weight medi? Il terzo pilastro dell'Accordo famoso (famigerato per alcuni) prevede la pubblicazione di una ricca informativa semestrale (con aggiornamenti trimestrali) sulle politiche di risk management e sulla composizione delle esposizioni. Allora in un ritaglio di tempo sono andato a scaricare qui l'informativa per il gruppo Unicredit al 30 giugno 2009: alle pagine 88-90 si trovano le tabelle sulle attività di rischio trattate IRB, suddivise per portafogli. Sono dati riguardanti l'intero gruppo, quindi c'è l'Italia insieme con Germania, Austria Est Europa, ecc., e l'Italia pesa per meno della metà nelle esposizioni verso verso clientela (v. pag. 40 del rapporto). I dati sono comunque interessanti.
Io mi sono soffermato sul credito alle Pmi (segmenti Imprese-Pmi e Dettaglio-Pmi). L'analisi delle variazioni rispetto al periodo precedente (dicembre 2008) non è banale, perché le variazioni sono l'effetto combinato di una matrice di movimenti tra voci, con nuove entrate, uscite per stralcio o estinzione, spostamenti tra classi di rating. Ho notato una crescita notevole delle esposizioni lorde Dettaglio-Pmi (da 29 a 39 miliardi di euro quelle non garantite, e da 12 a 15 miliardi quelle ipotecarie, però nel non garantito la classe 11, PD=100%, da sola è cresciuta di 4 miliardi).
Nel segmento Imprese-Pmi la crescita è più contenuta (da 110 a 115 miliardi di esposizione lorda).
I risk weight medi sono cresciuti per effetto dei movimenti tra classi di PD: ad esempio (includendo le esposizioni deteriorate), nel Dettaglio-Pmi non garantito RW medio passa da 25,6% a 27,3%, nell'Imprese-Pmi dal 42,6% al 46,1%. L'altro dato singolare riguarda le classi di rating eccellenti: le troviamo anche nel retail-Pmi (più di 5 miliardi di esposizione sono nella classe 2 con PD compresa tra 0,05% e 0,09%, meglio di tanti governi del G-8!).
Nel rapporto si trova il dettaglio per classi soltanto per le esposizioni lorde, non quelle pesate per il rischio. Comunque l'informativa è molto ricca rispetto a quello che c'era prima di Basilea 2.
In complesso, gli assorbimenti in entrambi i segmenti sono sensibilmente più bassi di quelli da approccio standard. Il confronto non è omogeneo per le tecnicalità che ho trattato qui. Alla grossa, il risk weight col metodo standard sarebbe il 75% nel retail-Pmi non garantito, il 50% nell'ipotecario non residenziale e il 100% nel corporate: gli assorbimenti IRB stanno salendo, e forse saliranno ancora, ma sono più bassi di quelli standard. E quelli standard sono inferiori o uguali a quelli di Basilea 1.
Dov'è l'effetto penalizzante di Basilea 2?
Se ho commesso errori di interpretazione, prego di segnalarmeli. Al prossimo momento di pausa andrò a guardami il report di un altro gruppo.
Luca
Thu 1 Oct 2009, 08.00 - Stampa
Don Andrea Barbero, sacerdote della Fraternità San Carlo Borromeo, ha mandato da Praga questo pensiero:
A Praga, d'inverno, ogni mattina trovo sul vetro della finestra due centimetri di ghiaccio. Devo toglierlo per poter vedere fuori. La preghiera ha lo stesso compito: permette di vedere fuori di sé, e quindi di conoscere. Se non vedi, non conosci.
Trovate il resto sul numero di agosto/settembre di Fraternità e missione.

Luca