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Riflessioni su lavoro e finanza d'impresa (con spunti di Giannino e Tremonti al Meeting)

Sun 30 Aug 2009, 08.28

Nel periodo di ferie ho abbozzato il programma del mio corso di "Finanza aziendale e strumenti finanziari". Un corso nuovo, rivolto agli studenti della laurea di primo livello in Gestione aziendale, quella "professionalizzante". Ho deciso di dare un taglio diverso rispetto all'altro corso di finanza che tengo nella laurea in Economia e management, che è un classico corso di Corporate finance, che parte dai principi (di governance, di misurazione del rischio, di formazione del prezzo ecc.) per arrivare alle ricette. Voglio provare a invertire il percorso: metto gli studenti nei panni di una persona che crea un'impresa, ovviamente individuale, e fa i conti con i problemi di natura finanziaria che gli si pongono, gradualmente. E nel corso del programma farò crescere l'azienda e in parallelo alzerò il livello di complessità dei modelli e della strumentazione. Sempre mettendo al centro esempi concreti. Ci riuscirò? Basterà il tempo? Ho deciso di provare. L'approccio da Scuola Radio Elettra potrebbe essere fecondo anche per produrre contenuti scientifici nuovi su questi temi.
La scorsa settimana ho seguito il Meeting di Rimini, da casa e con una visita nella giornata di venerdì. Ho raccolto lì alcuni spunti interessanti per la progettazione del corso.
All'evento di chiusura del Meeting ha parlato Oscar Giannino. Tema dell'incontro era il libro Qui e ora, che raccoglie le conversazioni di don Giussani con un gruppo di universitari. Giannino ha chiuso l'intervento (molto interessante, qui trovate il video, alla voce Qui e ora) con una provocazione a economisti, banchieri e finanzieri cattolici (che estenderei a tutti i loro colleghi di buona volontà): fateci vedere come è possibile, nel concreto, mettere il bene della persona, della comunità sociale, l'arricchimento del capitale umano al centro dei criteri con i quali si decide che cosa è conveniente, efficace (il mestiere di economisti, banchieri e finanzieri, appunto). Non basta dire che l'ultima enciclica del Papa è il documento più importante sulla crisi.
Il giorno prima Giulio Tremonti, partecipando all'incontro "Oltre la crisi" con Enrico Letta, ha lanciato un altro spunto, ripreso dai media. «Se ci fosse un avviso comune sulla compartecipazione all'utile delle imprese, per concretizzare lo stare insieme nella stessa azienda, più di prima uniti e insieme, lavoratori e imprenditori, credo che sarebbe uno dei modi per uscire dalla crisi». Un disegno di legge con questi contenuti sarebbe attualmente all'esame del Senato.
L'Italia è il paese dove è più difficile tirare una linea tra chi intraprende e chi presta lavoro. La micro-impresa è una forma di auto-impiego del titolare, è difficile separare il reddito da lavoro dal reddito d'impresa. Ma anche la piccola, la media, la grande impresa si alimentano del co-interesse dei lavoratori alla continuità aziendale, e sono alla continua ricerca di modi inediti per combinare partecipazione ai risultati, condivisione dei rischi, garanzie di stabilità, sostegno alla crescita professionale e aiuto a ricollocarsi in caso di licenziamento. Un problema, quest'ultimo, che confina con quello della riorganizzazione delle imprese in crisi.
Contro la crisi non serve, tra liberismo e statalismo, una terza via definita in termini astratti e ideologici. Occorre guardare ai problemi concreti, talvolta drammatici, che abbiamo davanti agli occhi, cercando prima di tutto di rispondere ai bisogni delle persone. Inventandosi le soluzioni, pensandole di notte, andandole a cercare in capo al mondo, e provandole. Senza aspettare i soldi pubblici, che sono benvenuti quando ci sono, ma non sempre arrivano. Senza bruciarli tutti per salvare le cose come stanno, quando è impossibile.
E' un criterio di giudizio, un criterio culturale. Le sue implicazioni operative non sono scontate, ma esigono assunzione di responsabilità e voglia di rischiare. C'è una posizione umana che induce a muoversi così, si mette al lavoro, fa nascere esperienze che possono dimostrarsi valide sul campo, e allora diventano esempi di riferimento, imitabili. Sto parlando di esperienze che infondono uno spirito nuovo nelle collaborazioni tra imprese, nei rapporti contrattuali tra imprese e lavoratori, negli accordi tra imprese, banche e istituzioni, nei servizi professionali di assistenza, nei mercati del capitale di rischio, nelle forme di mutuo aiuto (come il business point). Non c'è limite alla creatività.
Esistono altri criteri di giudizio dell'agire economico. I soci di Goldman Sachs, per fare un esempio, hanno il criterio di non rinunciare a un ROE superiore al 15% annuo, crisi o non crisi. Anche quello è un criterio, e Goldman lo persegue con manovre ardite tra boom e crolli dei mercati, azioni di lobbying ai massimi livelli, messa a rischio di capitali propri, gioco di sponda sui salvataggi governativi. Non sono loro i colpevoli della crisi, ma certo non staranno svegli la notte per cambiare un sistema che li ha favoriti, né tanto meno per dare risposte ai problemi delle persone.
Quale dei due criteri porta a scelte micro- e macro-economiche, normative, politiche, più adeguate rispetto ai problemi che incombono? I mercati finanziari non hanno il monopolio della razionalità: allo scoppio della crisi tutti lo pensavano perché gli operatori più blasonati ne avevano appena combinate di tutti i colori, ma adesso torniamo ad essere suggestionati da complessi di inferiorità. Perché? La risposta è la solita: chi è sopravvissuto continua a guadagnare tanto. E' un argomento sufficiente? Discutiamone, ragioniamoci sopra, partendo dai fatti.
La sollecitudine per il bene comune, che nasce da un amore per il destino dell'uomo, per il suo felice compimento, è un atteggiamento più razionale (più vero), e può produrre una finanza migliore. Non meccanicamente, né miracolosamente.
Oscar Giannino ci incoraggia a questo lavoro, fatto di pensiero (che cosa è meglio?) e di operosità (guardate questi fatti, non è meglio così?). Non decliniamo l'invito.

Luca

Commenti precedenti:

luigi (30/08/2009 16.42)

Dell'ottimo Ministro non mi sorprende ormai più niente. Ferme restando tante qualità, compresa una gestione comunque abbastanza ferma del debito pubblico in questa fase, rimangono troppo spesso le derive elettoral populistiche.

Tipo che c'entra adesso la cogestione alla tedesca delle aziande? La scopriamo oggi? Prima del settembre più nero da almeno 60 anni a questa parte? Ma non era lo stesso ministro che diceva ben altre cose, comprese quelle sulla cooperazione, fino a qualche mese fa? Troppo facile e troppo arditi i giri di valzer sulla testa delle persone che rischiano il lavoro.

Ma d'altra parte chi dice quel che ha detto lui delle banche e dei banchieri dimostra la strumentalità di un discorso che aveva un solo obiettivo. Mario Draghi.

Non scordiamocelo. Come non dimentichiano che i soldi che le banche amministrano sono anche i miei.

E anche i vostri.

Luigi

excelsus (31/08/2009 08.56) n/a

Mi fermo ad una battuta: se passerà la proposta dell'ingegnoso Tremonti, credo che le PMI chiuderanno con bilanci in sostanziale pareggio.

Luca (31/08/2009 10.48)

Luigi: al Meeting ha parlato anche Mario Draghi, invitato dall'Intergruppo parlamentare sulla sussidiarietà. Il suo intervento è stato, come quello di Tremonti, molto seguito e apprezzato. Le divergenze di visione tra Governatore e Ministro dell'economia sono note, ma non impediscono di collaborare. Oggi sono utili qualità e talenti variegati.

Quanto alla proposta sulla partecipazione agli utili, si tratta di darle un contenuto. Il fatto che nel nostro sistema produttivo il lavoro (dei dipendenti, dei para-subordinati, dei terzisti) partecipi al rischio d'impresa, è un dato di fatto, tanto più oggi. E' ragionevole che si prevedano forme di partecipazione ai risultati, che possono assumere le forme più varie.